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mercoledì 7 ottobre 2009

Per una porta che si chiude...


A volte, durante le feste, si è davvero stanchi di andare a trovare tutti i parenti, fare il solito giro istituzionale degli auguri e delle solite pirlate da dire ed ascoltare. Io, invece, quando torno dai miei, emigrati nella ventosa terra di Liguria nel secolo scorso, non vedo l'ora di incontrarli tutti perchè a Milano, a volte, nonostante il marito, la figlia e gli amici, ci si può sentire davvero "soli". E ogni volta che vado da mia mamma o al ristorante di mio padre, io mi nutro, letteralmente, di loro e di quello che li circonda. E' proprio vero che tutti torniamo da dove veniamo. Quella volta volta delle porte è stata una delle più esilaranti e simpatiche. Eravamo andati a mangiare da papà con mia sorella e suo marito. In realtà, all'inizio, proprio non ne avevo voglia. Come in tutte le famiglie, c'era stato un momento di crisi e mi scocciava andare là e stare zitta a guardarci tutti in faccia, senza dirci niente di nuovo. A volte lo si fa per obbligo, morale o emotivo che sia, e questo mi rompe di brutto. Non amo fare le cose che non sento dentro. Comunque, inizia che già non c'era Gianni (mio cugino da parte di madre) al forno e invece c'era papà che stava preparando l'impasto per le pizze e smadonnava perchè Gianni era in ritardo, come al solito. Però c'era Vittorio (mio cugino da parte di padre) che stava apparecchiando i tavoli. A tratti caricava il bancone del bar (che vuol dire metterci dentro le bibite) e non capivo se parlava da solo o con Rosa la cuoca (marò, io uno più pazzo di lui non l'ho mai conosciuto) dato che continuava a parlare a voce alta proprio come faceva suo nonno (zio Vittorio). Io, ogni volta che lo fa, gli pizzico la schiena, scherzando, facendo finta di cercare il bottone del volume perchè glielo voglio abbassare. Vabbè, ho pensato, intanto faccio questo sacrificio e poi stasera me ne sto calma e serena a casa. Poi arriva Gianni e prende il posto di papà e io e mia figlia Laura stiamo là a guardarci come a dire "che pppalle", perchè mio padre non è uno di molte parole e non caga mai nessuno quando lo si va a trovare. Ma, proprio in quel momento, mio padre viene da me e con fare timido mi dice: "Rusinè, m'ò vuò fà o cartellone dò veglione?". Per un attimo non ho capito. Poi mi sono ricordata. Sono stata sempre io quella che faceva i cartelloni da appendere fuori dai suoi ristoranti. Sempre io quella che addobbava, diciamo, e creava il materiale marketing per attirare i clienti :-). Beh, perchè no, mi sono detta, almeno perdo qualche ora. Così ho preso i cartelloni, due pennarelli (uno rosso e uno nero, milanesità casuale per un ristorante napoletano...) e gli ho messo giù il cenone di capodanno. Ma un cartellone così fatto sembrava troppo poco e allora l'ho addobbato con pezzi di fili dorati tagliati dall'albero e altre decorazioni che avevo rubato in giro per il ristorante. Poi l'ho abbellito così tanto che tutti mi facevano i complimenti. Vabbè, mi sono detta, non ho perso la mano :-) 20 anni di ristorante sò serviti a qualcosa. Poi lo abbiamo appeso fuori, io e Max (mio cognato toscano doc), ed era così bello che ne ho fatto un altro da appendere sul portone dell'entrata. Beh, sono tornata indietro nel tempo, lo ammetto. Poi abbiamo mangiato, verso le tre, dopo che tutti i clienti erano andati via (e meno male che ne sono arrivati un pò, sennò papà avrebbe cominciato a menarla avanti e indietro, dicendo che non si fanno soldi, che la gente non spende più, che la crisi ha ucciso tutti, che solo i napoletani mangiano pure quando non hanno una lira)... e, così, solo per farlo contento... io mi sò fatta fare i gamberoni e gli spaghetti allo scoglio, tiè! Ma la cosa più bella è successa quando Gianni e Vittorio si sono presi a male parole (scherzose) mentre finivamo di mangiare. Fatto sta che, quando si mangia, la tele, nel ristorante, è sempre accesa e in quel momento stavano trasmettendo un programma su Berlino. Entrambi i miei cugini sono emigrati in Germania, con le rispettive famiglie, quando erano bambini ed entrambi sono tornati in Italia dopo la trentina. Ovunque io guardi, vedo solo gente che torna da dove è partita. Si cerca tutti di scappare per trovare situazioni migliori o perdere i propri dolori nell'oblio della novità, ma poi, si ritorna sempre da dove si viene. Se si riesce a scappare, materialmente, inevitabilmente, poi, si ritorna. Se non ci si riesce, con il cuore e con l'anima si è altrove e questo, davvero, è doloroso. Comunque, li avevo là, i miei ulteriori due esempi. Due persone diverse con esperienze diverse e racconti di vita diversi che erano tornati indietro. Vittorio commentava la trasmissione e diceva che Berlino è la capitale europea mentre Gianni lo denigrava dicendo che lui schifava la Germania e che semmai, lui avrebbe eletto Roma o Napoli come capitale europea... Marò, non l'avesse mai detto! Un bordello di parole e insulti che io, mio padre, mia sorella, mia figlia, la cuoca, mio cognato ci godevamo come se fossimo a teatro. Insomma, quei duei (come è tipico dei campani) si insultavano di brutto, ma ridendo... Noi schiantavamo dalle risate perchè un ciccianese e un sammartinese che si insultano in napoletano sò troppo divertenti... Si vedeva, in Gianni, la "sguaiatezza della provincia napoletana" mentre in Vittorio la "timida aggressività - se mi si consente e capisce - del contadino che sa le cose ma non le vuole dire perchè non ti reputa abbastanza intelligente". Peccato che non avessi la videocamera perchè, a un certo punto, senti Vittorio che dice "Giuà ma tu sì proprio 'gnurande!!! Ma Berlino tene à porta è Braddebburger!! Chellà là separa la Russia dall'Europa! Ma ò vuò capì cà Berlino sta cinquantann annanz arroma e à nàpulee???"

Al che, vedi Gianni che si erge su tutti i suoi 100 kg per 1 metro e 80 (quasi si vede il fumo che gli esce dalle narici, come i tori) e, con la mano che va avanti e indietro, lo senti urlare: "Ma tu che cazz stai ricènn, Vittò???!!! Ma cherè 'stà porte r'hamburger è soreta?! Nuje tenimm à Porta Capuana, Vittòòò!! Evvoglie verè io è cozze cà se magnano a Berlino, sott'à porta d'hamburger, chilli curnùt è tedesch!!!".

Marò, sto ancora ridendo adesso. Era tanto tempo che non vedevo mio padre scoppiare a ridere di cuore e godere di questi momenti.

Per l'ennesima volta, dopo tutti i parcheggi che mi fai trovare... Grazie, Dio!

Il ragù si gusta freddo...

Lui entra in cucina con aria mesta e dice: "Che roba. E' diventato un quartiere di extracomunitari. Sarà meglio cercare casa altrove". Tu ti fermi un attimo, con il cucchiaio di legno in mano (la cucchiarella, come dice tua mamma), cercando di capire a quale velocità si potrebbe fiondare, questo simpatico strumento che sta con te da anni, se tu glielo lanciassi ora, giusto giusto nel centro della fronte, ammettendo di riuscire a mirare bene. Piccole gioie della vita. Sorridi, quasi ti scappa una risata e poi lo riaffondi nel ragù, che hai appena insaporito con un pizzico di sale, e gli dai una girata, mentre lui ricomincia. "Perchè ridi? Non c'è mica nulla da ridere. Mi hai sentito? Dicevo che non se ne può più. Che è un quartiere invivibile. Questa era zona residenziale, fino a poco tempo fa, e ora, eh?? Ora siamo in mano ai beduini. Allora? Che ne dici di cambiare casa?". Si, vabbè, fare il ragù è un'arte. Però, cheppalle... Tutti i napoletani parlano della poesia di De Filippo ogni volta che, per caso, esce fuori che hai fatto il ragù o che lo stai per fare e nessuno te la sa dire tutta a memoria. Per te, chi la cita, la deve sapere, sennò che te ne vanti a fare, di saperla?! Eppoi, il ragù mica si fa solo se sai quella poesia? Lui si siede a tavola, prende un giornale e va agli annunci immobiliari. "Toh, qua ce n'è una che potrebbe fare per noi: trilocale, 45 metri quadrati, cucina abitabile, ripostiglio, piano terra, Tortona. Non è tanto lontano da Milano, no? Costa 130.000 euro. Non è male, no? L'andiamo a vedere?". Ti sta sfidando, lo sai. Vedi nel suo sguardo la gioia del bimbo che ha iniziato a giocare. Oh, beh, perchè non dargli quello che vuole? No, devi far cuocere prima 'sto ragù sennò, domani, che servi a tua suocera? Si, il ragù lo fai il giorno prima. Non hai voglia di svegliarti presto, la mattina di domenica, per fare il ragù e poi, queste, sò cose da film di De Filippo, mica la dura realtà di una stanca impiegata napoletana che vive a Milano. No, proprio no. Eppoi, la poesia di De Filippo non la conosci e te ne fotti perchè il ragù lo fai a modo tuo, evviva la democrazia! 45 metri quadrati?? Cucina abitabile? Da chi? Dal criceto? Tortona? Oh, meglio non rispondere, davvero meglio. Sorridi e annuisci cercando di ricordare che vino hai usato per il ragù. Hai due bottiglie davanti, una di aglianico e una di chianti. Si, decisamente, aglianico. E' mezza vuota. Lo versi nel bicchiere e ne bevi un pò. Mmm, buono... Tu ci metti l'aglianico nel ragù. Una tua amica ci mette il dado. Orrore!! Griderebbe tua madre. Però è vero che gli dà gusto, non si può negare. Il profumo è buono. Lo assaggi, mentre lui riattacca. "Beh, certo che andare e venire da Tortona, tutte le mattine, sarebbe un casino per te. Però, si può fare un sacrificio, pur di andarsene via da questa città impazzita, no? Piena di terroni e di extracomunitari. Che dici?". Mmmm, ti è cascata la cipolla per terra. L'infido vegetale è rotolato dietro la cucina e ora ti devi abbassare fin là e acchiapparla. Gli sorridi e dici: "Oh, beh...". e ti tuffi a pesce. Non riesci a vedere e allunghi la mano. Wow! Ecco dove era finita la pallina antistress che avevi portato dall'ufficio!! Lui si avvicina e ti dà una pacca sul sedere. "Allora? Che ne pensi?" Ti alzi, sbuffi con gentilezza e poi dici: "Il ragù è pronto, sono le undici, spengo il fuoco e vado a letto. Ne parliamo domani, ok?". Lui mette su il broncio e risponde "Si, si... tu cerca sempre di evitare il discorso, se vuoi, ma prima o poi lo dovremo affrontare. Io non ci voglio più stare in questo quartiere di merda..."

La tavola imbandita mi affascina. Adoro apparecchiare. Adoro mettere i piatti e le posate al posto giusto. Abbinare i colori dei piatti con quelli della tovaglia. Quando preparo la tavola a Natale, finito tutto, faccio la fotografia prima che gli ospiti si siedano. E' bello. Sto attentissima a non mettere il pane capovolto. Mia mamma ci faceva due palle grandi quanto una mongolfiera se, inavvertitamente, lo capovolgevamo. Ora, non è Natale ma, io ci metto sempre la stessa cura. Mi piace. Arriva mia suocera, arrivano i cognati. I bambini fanno casino. E tutti a tavola a mangiare. Lui ricomincia. "Avete trovato parcheggio? Avete chiuso bene l'auto? In questo quartiere non ci si può più fidare. Troppi terroni, troppi extracomunitari. Bisogna trasferirsi fuori. Sono diventati i padroni delle nostre città. Lo sapete che hanno fatto sgomberare i sudamericani dalla montagnetta di San Siro?...." Mia suocera annuisce, attenta, e mugola qualcosa mentre un rivolo del mio ragù le cola giù per il mento. I bambini si sono impiastricciati tutti e sono troppo belli da vedere. Gli farei una foto. Lui continua "L'ho detto pure a lei. Ma non ne vuole sapere. Cosa ne dici, tesoro? Allora? Ce ne andiamo via da questo quartiere di merda?". Lo guardo, sorridendo e mi alzo. Sorrido anche agli altri mentre, ad ognuno, lentamente, tolgo i piatti vuoti che, fino a pochi minuti prima, contenevano i miei paccheri con il ragù. Mi fermo con la pila di piatti in mano e, mantenendo il mio sorriso a 32 denti, dico "N'ata vota? Ma à vuò firnì cu 'stu cacamient è cazz?? Ma te ne vuò ì affammocc pè favòr, tesorooo?". "Uh, Signur! Sei la solita terrona!". Si, oh si, oh siii. Ridendo, scappo verso il forno, tiro fuori la parmigiana e, mentre taglio le porzioni, penso: "Già, il ragù è più buono se si gusta freddo" ;-)